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Vice – L’uomo nell’ombra, il dietro le quinte della Casa Bianca

VISTI DA VITTORIA di VITTORIA EPICOCO | La dubbia presa di potere da parte di uno degli uomini politici più influenti nella storia politica americana, Dick Cheney: perché non perderlo

di Vittoria Epicoco

PERUGIA – Ogni promessa è debito, ma era giusto avere e lasciare il tempo per visionare e metabolizzare il documentario di Brian Knappenberger, Turning point, per poter apprezzare a pieno Vice – L’uomo nell’ombra, film ad opera del regista premio Oscar Adam McKay (Anchorman e Anchorman 2, La grande scommessa, Fratellastri a 40 anni,…), che mette in scena un inquietante dietro le quinte della Casa Bianca, evidenziando una dubbia presa di potere da parte di uno degli uomini politici più influenti nella storia politica americana, Dick Cheney.

Per riuscire nell’impresa, McKay fa un ripescaggio nel cast di The big short, tenendo al suo fianco il premio Oscar Christian Bale e Steve Carell e completando il duo con nomi di altrettanto spessore, tra cui Sam Rockwell ed Amy Adams. Non v’è dubbio che a Bale sia stato affidato il ruolo di protagonista per la sua rinomata versatilità non solo recitativa, ma anche di prestanza fisica; non è un mistero, infatti, che l’attore abbia questa particolare tendenza ad aumentare e diminuire di peso in brevissimo tempo (altresì definita “dieta yo-yo”), in modo tale da potersi calare perfettamente nel ruolo che gli viene affidato: anche in questo caso, infatti, Bale si è spinto al suo limite aumentando notevolmente di peso – almeno fin dove i truccatori non sono arrivati.
Il film, in Italia, è stato distribuito nelle sale ad inizio 2019, e Amazon Prime video lo mette a disposizione di tutti gli abbonati anche se, per ora, solamente a noleggio o nella formula d’acquisto.
Senza dubbio, è una pellicola che vale assolutamente la pena d’esser vista, e ben lo dimostrano le otto candidature ai premi Oscar 2019, di cui quella al miglior trucco vinta da Greg Cannom.
È comunque il caso di entrare nel merito del film. La firma del regista è globale, suo il film, sua la sceneggiatura: Vice è un dipinto a quattro mani – la stretta collaborazione con Will Ferrel, infatti, si riconferma anche qui, con quest’ultimo in qualità di produttore – un dipinto dei retroscena politici sulle discutibili elezioni della Casa Bianca (modalità, per la verità, che appaiono comuni a tutti gli ordinamenti democratici, se di democrazia si può parlare…) e Dick Cheney, è solo “uno dei tanti” ammaliato dai limiti entro i quali il potere presidenziale può e non può muoversi e agire.
Ma interessante è qui il ritratto che viene fuori del Presidente Bush Jr.; un ragazzetto sconclusionato, con il vizietto dell’alcol, arrivato alla poltrona presidenziale “a mezzo padre”, senza avere la minima idea di quale sia il proprio ruolo, né il come adempiere ai propri doveri di Presidente degli Stati Uniti d’America. Ed è qui che entra in gioco l’arguta esperienza di Cheney – che in comune con Bush Jr. sembra certamente avere almeno il vizio dell’alcol in giovane età – al quale viene offerta la posizione di Vicepresidente. Ma chi, come lui, conosce ormai le dinamiche all’interno di The White House, sa che “il Vicepresidente non conta nulla”, come la devota moglie Lynne Cheney tende a voler insistentemente ricordare al marito. Un veloce confronto con il mentore e collega Donald Rumsfeld, ed ecco che, con un giro di parole incomprensibile ai più, e sicuramente incomprensibile al neopresidente, Cheney circuisce e ridefinisce totalmente la figura del Vicepresidente, potendo avere, di fatto, molti e più ampi poteri.

Il fulcro sta proprio qui, perché Cheney a Rumsfeld sembrano inaugurare una sorta di presidenza privata, nella quale si scambiano comunicazioni e pareri, e dalla quale l’effettivo Presidente in carica viene estromesso perché considerato una pedina inutile nella vasta damiera degli USA, fatta salva la sua firma per gli atti esecutivi – almeno quelli che ancora Dick Cheney non si sia arrogato di decidere – fino ad arrivare proprio all’11 settembre del 2001. In seguito agli attacchi terroristici, sotto la presidenza Bush, sono il Vicepresidente Cheney ed il Segretario alla difesa Rumsfeld, che tentano di trovare un capro espiatorio individuandolo nell’Afghanistan e nell’Iraq, e determinandone ufficialmente l’entrata in guerra e l’invasione da parte degli statunitensi, portando alle ormai note e numerose vittime che le due guerre – quella giusta e quella sbagliata, anche se non si è mai capito chi decidesse cosa – hanno provocato.
Certamente McKay evidenzia uno scenario in cui il confine tra il proprio orientamento politico e le controversie sull’11 settembre, è molto labile e difficoltoso da attraversare senza uscirne schierato; eppure è altrettanto vero che il botta e risposta, a suon di insulti e twitter, tra Lyz Cheney, figlia di Dick, Dick stesso e Christian Bale, senza essere arrivati mai a nessuna smentita circa i fatti narrati, la dice molto lunga.
Certamente è un piccolo prezzo da pagare, quello del noleggio del film, comunque un prezzo onesto. Sicuramente più onesto della Casa Bianca, a quanto pare.

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