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Ezechiele 25,17: il cammino dell’uomo timorato stasera passa in tv

VISTI DA VITTORIA di VITTORIA EPICOCO | Da non perdere l’appuntamento con Pulp Fiction, un cult che non stanca mai

di Vittoria Epicoco

PERUGIA – Niente è più bello della domenica: pranzi abbondanti, il tempo in famiglia, gite fuori porta. E niente è più triste della domenica: domani è lunedì.
E però, a volte, dentro un palinsesto televisivo assolutamente insipido, destinato ad un incessante zapping tra “il dolore e la noia”, come il pendolo di Schopenhauer, ecco un barlume di speranza: siori e siore, questa sera dopo cena prendetevi un’abbondante moka, perché Paramount non ha intenzione di trasmettere Pulp Fiction prima delle 23.

Cult del 1994, premiato con la Palma d’oro e l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, Pulp Fiction arriva dopo Le Iene, film che con Tarantino segna l’inizio di una nuova epoca all’interno dell’industria cinematografica indipendente. Pulp Fiction non è quel che si definirebbe “cinema impegnato”, non trapela chissà quale profondità o moralità di sorta, è piuttosto un lungometraggio articolato su più livelli, spartiti differenti che si intrecciano e si influenzano a vicenda per dare vita alla sinfonia tarantiniana, divenuta iconica per la monumentalità dei dialoghi e di scene votate al non-sense (e ovviamente alla violenza splatter cui Quentin ci ha abituati). Nonostante l’indipendenza tra i vari livelli, si può comunque dire che i personaggi che si muovono all’interno del quadrilatero siano Butch, il binomio Jules-Vincent, e Mia.

Pulp Fiction è definito “una storia nella storia”, o meglio, “tante storie in una storia”, ognuna delle quali con un proprio tempo di espressione, di scansione del ritmo, ognuna delle quali si sussegue con linearità e disordine. Ed è tipico di Tarantino questa sorta di bipolarismo registico cinematografico: letteralmente spezzare ed interrompere scene, spaesando lo spettatore, lasciandolo del tutto imbambolato nel pensiero fisso “Ma solo io non ho capito?”. E però ai titoli di coda tutto sembra aver ritrovato un senso, un filo logico e cronologico, anche se interrotto da rimbalzi continui all’interno di tutta la pellicola, anche se sembra esserci stato un blackout. E così il risultato è che a ognuno di noi restano bene impressi nella mente gli occhi da pazzoide di Samuel L Jackson (alias Jules) quando, in un accostamento assolutamente paradossale tra sacro e profano, minaccia di morte il malcapitato recitando a menadito Ezechiele 25,17, ma ignorandone totalmente il significato.

Ma il più bello l’abbiamo lasciato per ultimo: quel celebre twist di Vincent (John Travolta) e Mia (Uma Thurman) sulle note di You never can tell, all’interno del Jack Rabbit Slim’s; chi non si è alzato almeno una volta a ballare?

Assolutamente da non perdere. Stasera. Su Paramount.

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