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Tanti soldi in banca, ma fiducia da ricostruire: la vita degli umbri può cambiare seguendo Bankitalia e sperando che la Regione vinca la sfida

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | L’economia esce dalla pandemia con le ombre di tutti e alcune luci che brillano solo qui. Ma serve il salto di qualità: gli ordinativi per le imprese salgono, gli investimenti sono attesi, c’è chi sta ripartendo, i rischi però restano. La dottrina Tesei alla prova più delicata

Palazzo Donini, sede della giunta regionale
di Marco Brunacci

PERUGIA – Il report di Bankitalia sull’Umbria tra Covid e post Covid è stato letto in molto modi, ma la ripresa dell’economia qui deve transitare tra Scilla (il report) e Cariddi (l’attuazione del Documento di economia e finanza della Regione).

Se il vascello umbro passa indenne è pronta un’altra Umbria, non più condannata a essere inghiottita dal gorgo delle regioni del Sud senza averne i salvagente dell’economia storicamente assistita, ma capace di tornare a competere, dentro il Centro, con il Nord.

I PUNTI FERMI

I punti fermi fissati da Bankitalia dai quali non si può prescindere:
1.Mai come nel 2020 gli umbri hanno risparmiato, le banche sono piene di depositi, un 7,8% in più rispetto all’anno precedente, comunque segnato da un’alta propensione al risparmio.
2.Mai così tanto le aziende hanno avuto paura, come nel resto d’Italia, e si sono trovate a rafforzare gli ormeggi nella bufera del Covid
3.La fiducia, per il Covid e per questa lunga ed estenuante fase di post Covid, latita. I segnali sono evidenti: la fuga dei giovani, soprattutto di talento, le culle vuote, di più rispetto al vuoto già molto vuoto dell’Italia.
4.A fronte di tutto questo, elementi positivi sono stati colti da Bankitalia e saranno da custodire gelosamente per ripartire. Uno su tutti: nessuno si aspettava che il Pil umbro, dopo 13 anni, ricalcasse per la prima volta l’andamento del Pil Italia (a febbraio, ricordano sempre in Regione, Svimez pronosticò l’Umbria al -13 di Pil e l’Italia al -8,5. Finale: entrambe hanno ceduto il 9, non un bel risultato ma è molto rilevante che l’Umbria abbia agganciato il resto del Paese.

LE PROSPETTIVE INTERESSANTI

Partendo da quest’ultimo punto le indicazioni che valgono in prospettiva:
innanzitutto Bankitalia ha messo in evidenza il buon lavoro della giunta regionale nel reperire risorse per la ricostruzione e per il piano di rilancio della Valnerina. E già questo sarà un moltiplicatore economico in vista della ripresa.
Poi ecco accenni alla tenuta dell’economia “basica”, al turismo che ha avuto una fiammata estiva nel 2020 da vero record e anche ora parte tra positivi auspici.
Ma se ci si affaccia sul 2021 si vede anche che gli ordinativi delle imprese stanno facendo un balzo in avanti, un gran bel segnale.
Le grandi imprese, per altro, qui non hanno sofferto più di tanto la pandemia e ora si apprestano a fare investimenti. Gli ottimisti dicono che saranno investimenti come non se ne sono visti finora, anche per intercettare tutte le risorse che arriveranno in Umbria con Pnrr.

I MOTIVI DI OTTIMISMO

Quindi, riassumendo, i motivi di ottimismo:
1.Il sostanziale successo delle misure statali e regionali
2.L’altrettanto sostanziale tenuta del sistema socioeconomico in pandemia
3.Il riallineamento con l’Italia delle dinamiche del PIl, pur in calo del 9%
4.Il turismo vivace
5.La liquidità senza precedenti di famiglie e imprese
6.Il rimbalzo degli ordinativi delle imprese, soprattutto quelle più grandi
7.La sostanziale tenuta (anche grazie agli interventi emergenziali) del sistema lavorativo

COSA MANCA

Cosa manca? Il salto di qualità, il cambio di passo, l’accelerazione determinante, il guizzo per segnare gol. Molti gol. E se non si segnano tutto quello che abbiamo detto non serve, non funziona, al pari del lavoro di una squadra di calcio che tesse ottime trame di gioco ma non riesce a finalizzare. Va tutto in elogi inutili.
Per avere un effettivo miglioramento delle condizioni dell’economia umbra, e quindi della qualità della vita della gente, serve che il Defr non resti lettera morta, che le imprese si facciano da traino dello sviluppo, che producano ricchezza per tutti e lavoro, soprattutto tanto lavoro di qualità e ben retribuito.
Gli stipendi in Umbria sono relativamente bassi, ma anche le figure professionali che le imprese cercano sono spesso a bassa specializzazione. Per ricoprire i pochi posti direttivi o ad alta responsabilità si cerca fuori dall’Umbria e qui entra in ballo anche l’Università che deve fare formazione di livello qualitativo maggiore. Le imprese devono essere disposte però a retribuire secondo la qualità del lavoro svolto.

LA GRANDE SFIDA

Solo superando gli scogli segnalati da Bankitalia, facendosi però forti di quelle spinte positive indicate nel report, e accettando la sfida del Defr (imprese aiutate ad aiutare la regione a ripartire) la gente umbra potrà percepire un clima nuovo e nuove occasioni. Se si fa invece naufragio, tra Scilla e Cariddi, non resta che un futuro da regione del sud, qualche bella eccellenza in un contesto assistito, occupazione pubblica per non affondare e ricchezza ai soliti noti, attrattività zero. Non sarà subito – con l’arrivo dei soldi del Pnrr infatti si supereranno 3-4 anni senza traumi – e però il conto verrà presto presentato e la sentenza sarà senza appello. Una grande responsabilità per la giunta Tesei e le sue scelte economiche.

POST SCRIPTUM

Post scriptum: sappiano invece coloro i quali si affannano a pensare che torneranno i cervelli andati all’estero, che possono smettere di affaticarsi: qui c’è un gap del Paese non colmabile ora e forse mai più. Per spiegare: se un Paese si ostina a retribuire nello stesso modo un gran numero di ricercatori è del tutto inutile aumentare di qualche soldo la loro retribuzione e dir loro di tornare perchè gli vogliamo bene. Nel resto del mondo avanzato i ricercatori di qualità sono di meno ma hanno occasioni per guadagnare cifre che non sono paragonabili a quelle italiane. Non c’è proprio proporzione, quindi l’Italia, e l’Umbria con l’Italia, o vara a breve un’autentica rivoluzione culturale o basta piangersi addosso.
La grande ricerca si farà altrove e i cervelli sono destinati a emigrare. Già tanto se si riescono a intercettare i medi talenti o forse accontentarsi di quelli piccoli.

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