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Aeroporto, Confindustria scende e Confcommercio resta col paracadute. Ma la Regione ricapitalizza e si decolla

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Dopo Olbia e le mete italiane, dopo il volo per Londra giornaliero e le rotte della Spagna previste per fine estate, il piano industriale è pronto ma mancano le risorse. In attesa di un partner, l’Ente si fa carico del progetto. Perché da qui passa lo sviluppo dell’Umbria, nonostante le troppe miopie

di Marco Brunacci

PERUGIA – La Regione prende il volo. Ma Confindustria si defila, Confcommercio piange miseria e si fa scudo della miopia dei soci ternani. Non è uno spettacolo edificante, da non far vedere ai minori, perché qui si giocano una fetta del loro futuro. E tanta parte della regione che produce mostra di non essere capace di oltrepassare il limite del proprio naso.

Adesso che si vanno a investire nella regione 8 miliardi e 600 milioni di opere pubbliche di progetti del Recovery, di ricostruzione post sisma, c’è da chiedersi se ci saranno partner industriali capaci di trasformare in sviluppo i soldi che arrivano o solo di ingrassare un po’ i conti correnti delle aziende che restano nelle banche al riparo dai venti del rischio impresa.
Che succede? Ecco qua: come segnala l’opposizione (Porzi, Pd), che non perde occasione per mostrarsi così poco innovativa, l’aeroporto è in grado di decollare, seguendo un piano industriale preciso, dopo un lungo periodo di inattività da Covid, solo se qualcuno mette mano al portafoglio.
Ci sono le rotte (a quelle italiane e estere si è in questi giorni aggiunta British Airways con un volo giornaliero per Londra, Heathrow, e si è vicinia chiudere con la Spagna per la tada estate) ed è anche pronto il collegamento con l’aerotaxi per Monaco, hub internazionale prescelto anche se non diventerà operativo finchè il Covid non molla la presa, ma si scopre che i soci, i soggetti che devono mettere carburante nel motore, hanno altre priorità. E così, Confindustria, in una inedita versione Celestino V style, ha fatto il “gran rifiuto”: Non si tiene neanche una percentuale di testimonianza dentro la Sase, la società di gestione dell’aeroporto. Esce, punto e basta. Come se gli aerei fossero giocattoli per i cittadini umbri, un divertissement. Non un fondamentale trino dello sviluppo come in qualunque parte civile del mondo occidentale.
Allora. Confindustria fa i bagagli e se ne va, ma anche Confcommercio – vogliamo dire che gli introiti di alberghi e ristoranti umbri dipendono fondamentalmente da un turismo estero che arriva in aereo o facciamo finita di non saperlo? – non ci una gran figura. Adesso che si tratta di capitalizzare il rilancio, decide di scendere di quota nell’azionariato. Come si giustificano? I soci ternani – dicono – non sentono l’aeroporto come indispensabile. Sciocchezze. Sarebbe come dire che i contribuenti umbri non sentono l’ospedale nuovo di Terni (240 milioni i di investimenti) come fondamentale per la salute regionale ma solo della città.. Che modo è di ragionare? A capocchia di campanile?
Fatto sta che Confcommercio riduce l’impegno.
Chi resta? La Regione, due Comuni e Unicredit, la banca che deve però ugualmente trovare la porta di uscita perché il suo intervento era temporaneo e legato a esigenze del momento. Ora gli investimenti ai quali sono chiamati i vertici Unicredit sono diversi, anche se non si sa se miglior di questo.
I due comuni sono volenterosi (Perugia e Assisi) e capiscono che cosa significa l’aeroporto per il loro territorio e la loro economia, ma entrambi con i bilanci di tutti i Comuni d’Italia: con problemi per mettere insieme il pranzo con la cena.
E allora, la domanda: chi metterà mano al portafogli per tirare fuori 1,6 milioni per ripianare le perdite passate (e qui si contano anche i soci vecchi), ma soprattutto per reperire i 5,5 milioni che servono a portare a regime la struttura con l’obiettivo di far arrivare 500mila viaggiatori (con 400mila esteri attesi, una linfa vitale se si pensa di rilanciare il turismo umbro)? Ovvio. la Regione.
Per fortuna dà una mano (1 milione) la Fondazione Cassa di risparmio di Perugia che non si è tirata indietro, ma è evidente che l’impegno economico per il bilancio regionale è ente gravoso.
Ci sono alternative? Serve un socio, probabilmente un Fondo di investimento. È ragionevole che arriverà in tempi brevi m non subito, perché è difficile definire un valore di Sase se non si sa come riparte l’aviazione civile dopo lo choc Covid. Quindi bisogna attendere.
La Giunta Tesei è convinta che l’intervento sia strategico. E come si può considerare non strategico un aeroporto, con potenzialità rilevanti e un sito interessante e ben curato, in una regione con storiche carenze di infrastrutture e isolata anche come comunicazione rispetto al resto del mondo?
Possibile che qualcuno pensi ancora l’aeroporto come un gingillo? Una sovrastruttura? Non conta forse più del Frecciarossa (per il quale si spende parecchio) e per un qualche ponte di strada? Se non investe in questo l’ente pubblico che cosa può fare per lo sviluppo di una regione che ha un bisogno impellente di far ripartire il Pil agendo in ogni dove, massimamente sui consumi spiccioli, quelli del bar e del ristorante, dell’albergo e del B&b, della capacità di attrarre l’esponente (singolo o di gruppo) della generazione silver che si fa innamorare delle colline umbre e ci viene a passare la vecchiaia, oppure del professionista illuminato che pensa di poter svolgere qui il suo lavoro o dell’azienda green che ci trova la location ideale?
Confindustria e Confcommercio hanno dato l’esempio di come non ci si può e non ci si deve rapportare con strutture che sono a beneficio di tutti e che hanno bisogno dell’impegno di ciascuno. Se l’atteggiamento resta questo anche quando si tratterà di metterci del proprio nei progetti di sviluppo dell’Umbria si salvi chi può e saranno comunque guai per le future generazioni.
Il pil potrebbe avere qualche sussulto verso l’alto per via degli investimenti Ue e poi ripiegare sotto il peso del debito da restituire, con contraccolpi pesanti e un futuro ancora più incerto del presente.
Intanto l’aeroporto decolla. Sempre col rischio della crisi non risolta del Covid. Ma non ci sono alternative. Adesso è il tempo di seminare. Nella speranza che venga presto quello della raccolta.

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