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Lino e Umbria: una battaglia che non ce l’ha fatta

La storia tra Linoleum, Pirelli e Novamont raccontata da Marcello Guerrieri

di Marcello Guerrieri

PERUGIA – Doveva essere la «battaglia del lino», che prevedeva una vittoria, facile, per l’imprenditoria italiana, anzi, umbra, nello specifico: fornire la materia prima per la Linoleum, che è, lo dice il nome, proprio il lino, attraverso coltivazioni nelle terre umbre che sono vocate ai cereali, sempre meno redditizi. Insomma, legare la fabbrica alla agricoltura, il sogno di molti imprenditori e programmatori del territorio. Doveva, ma le forze imprenditoriali e istituzionali umbre non ce l’hanno fatta.

Non era, a ben vedere, una cosa complessa. Va ricordato che la società era nata alla fine dell’Ottocento per volere della famiglia Pirelli ed aveva la mission di produrre un pavimento poco costoso ed ecologico, una cosa avveniristica come era la Pirelli allora. Un pavimento per gli ospedali, le scuole, le caserme, che potesse costare poco ed essere di facile pulizia: il linoleum, insomma. La società aveva acquistato da tempo immemore i semi di lino necessari, dagli agricoltori canadesi o statunitensi, migliaia di chilometri ad occidente. Navi, treni, una serie di trasporti, onerosi, inquinanti, che facevano perdere una parte della sua fortuna ecologica. Fortuna che era crollata quando aveva iniziato a produrre mattonelle con l’amianto: fallimento, nonostante le spinte politiche e ritorno alla prima idea, il linoleum. E così la società, che si era allontanata dal Gruppo Pirelli, era rimata ed aveva iniziato ad acquistare dai vecchi fornitori d’Oltreoceano. Era di allora l’idea di produrre il seme in Italia: «Coltiviamolo a Narni, magari in Umbria ma evitiamo di alimentare ricchezze fuori della nostra nazione» era stato detto dalle Associazioni agricole. Intanto anche nella Penisola s’era sviluppata una sempre maggiore coscienza ecologica, più spinta, che portava alle soluzioni a «chilometro zero». Gli agricoltori spingevano in un primo momento su questa strada: stavano fronteggiando una pericolosa diminuzione del tabacco, che aveva lasciato sui campi del nord dell’Umbria imprese e reddito: si fumava meno in Italia, vuoi per le continue campagne di sensibilizzazione al «non fumo», vuoi per la concorrenza di altri paesi, vuoi per il contrabbando sempre più intrigante, e vuoi per il sempre più alto prezzo di vendita alle tabaccherie.
Insomma, il lino quale soluzione. A sottolineare la bontà del progetto intervenne anche il direttore dell’epoca, del 2006, della Coldiretti ternana, Giulio Federici: «Quella del lino è una coltura doppiamente importante perché è di riserva, in quanto in regione come la nostra, vocata ai cereali, c’è lo sfruttamento intensivo del terreno. Il lino riporta invece elementi importanti per la vita della terra. Una coltivazione ancor più appetibile se ci fosse di mezzo un’industria che raccogliesse la produzione». Numeri importanti in ballo perché la Tarkett sfornava almeno quattro milioni e mezzo di metri quadrati di pavimenti ecologici all’anno, con il conseguente acquisto di circa 5.000 tonnellate d’olio di lino ogni dodici mesi. Per avere in fusti quell’olio gli agricoltori dovevano raccogliere almeno 15.000 tonnellate di semi, il sei per cento della produzione europea: c’era di che occupare tutte le terre dell’Umbria. E mentre si parlava di lino, irruppe sullo scenario agricolo/industriale della regione anche l’amido di mais. Merito della Novamont, una società rivoluzionaria, che a Terni aveva impianto la prima “raffineria ecologica” del mondo, che produce plastica non dal petrolio ma dal mais. A dire la verità era una società della Galassia dei Ferruzzi: negli anni ’90 aveva inventato proprio la plastica senza petrolio. All’epoca per farla conoscere aveva allegato una macchina fotografica realizzata con il suo prodotto ad ogni numero di Topolino: fatte le sei foto del rullino si poteva «mettere a dimora»: nascevano delle vere piante. Dopo il crac dei Ferruzzi la fabbrica aveva vivacchiato, ma quando alla guida quasi per caso arrivò Catia Bastioli, decollò con Mater Bi, una plastica verde che diventò la migliore del mondo al punto di essere la sola ammessa nelle ultime competizioni internazionali a cominciare dalla Olimpiadi. Ed aumentò la sua richiesta di amido da mais. Solita trafila come per il lino: associazioni degli agricoltori, Regione dell’Umbria. Ancora conti, ancora gli esperti degli agricoltori a sognare chissà quali scenari. La Regione dell’Umbria mise a coltura nell’alta Valtiberina sia le piante di mais che quelle di lino. Anche la Confindustria gongolava: poteva davvero istituire un distretto, un cluster, come si chiama adesso, verso il quale poter indirizzare molti finanziamenti previsti per lo sviluppo di attività innovative. Si mobilitarono i comuni, di Terni e Narni, soprattutto in quanto si vedeva in quella opportunità una possibile occasione di rilancio economico e di diversificazione, che avrebbe fatto bene sia all’industria che alla agricoltura. Peraltro proprio a Narni si registrò l’immediata disponibilità dell’Azienda Pubblica alla Persona, Beata Lucia che era, ed è, proprietaria di un ingente patrimonio immobiliare nella Conca ternana: lì si poteva sperimentare, produrre e negli immobili disponibili anche realizzare le piccole imprese di trasformazione prima di avviare i prodotti verso le industrie ternane.
Ma le discussioni si arenarono sul prezzo, basso, bassissimo: «No, con i 400 euro per ettaro coltivato a lino che ci vengono attualmente proposti, gli agricoltori proprio non riescono nemmeno a rientrare dalle spese d’impianto» aveva protestato Leonardo Fontanella dirigente di una associazione di agricoltori, la Cia. Analogo atteggiamento venne preso da altre associazioni di categoria. Il progetto del lino iniziò a tramontare. E la perdita di entusiasmo travolse anche l’altra iniziativa, quella della Novamont. Ma l’idea era stata lanciata e ripresa dai colleghi pugliesi, i quali riuscirono a farsi approvare la qualità del lino dalla Tarkett ed anche il prezzo. Per ironia della sorte proprio un’azienda narnese, la Nepri era stata in grado di coagulare ogni intenzione in Puglia e Basilicata, trovando guadagno ad ogni passaggio, non ultimo la destinazione a biomasse, e quindi energia ben pagata, degli scarti di lavorazione. I rapporti sono stati così allacciati con gli agricoltori del Sud Italia anche se una parte del lino continua ad arrivare dalle sterminate campagne del Wisconsin. Anche Francesco Ferrante, senatore del Pd, prese in mano la questione, senza avere un successo, ritenendo che “lasciare dietro l’Umbria sarebbe un peccato mortale». Sperimentazione avviata, mercato potenziale aperto, condizioni favorevoli generali, prodotti a chilometro zero, grande richiesta crescente, interesse delle componenti economiche e di quelle istituzionali: che cos mancava perché il progetto da embrionale che era diventasse operativo, che potesse dar lavoro a centinaia di agricoltori? La mancanza di una cabina di regia! Non va dimenticato l’estensione diversa delle proprietà pugliesi meno frazionate, ma nemmeno l’aiuto che l’Università di Bari e la Regione hanno messo alle spalle degli agricoltori, desiderosi di prendersi un mercato che altri, gli umbri, avevano spianato. Ma non va nemmeno sottaciuto che le analoghe istituzioni dell’Umbria, Regione ed Università non hanno spinto a dovere verso il raggiungimento di un risultato che poteva cambiare la tipologia dell’agricoltura della regione.

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