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L’Europa e la battaglia persa dei vaccini

La pandemia Covid 19 ha contribuito ha ridefinire le traiettorie di crescita globale: l’analisi di Michele Fioroni

di Michele Fioroni
(riceviamo e pubblichiamo)

PERUGIA – Gli shock sui mercati di approvvigionamento e gli effetti di sostituzione su quelli di sbocco, oltre che la ridotta convenienza di costo della delocalizzazione, hanno contribuito a definire una progressiva frammentazione delle catene globali di valore destinate ad assumere una dimensione sempre più locale e ad essere sempre meno integrate a livello internazionale, ponendo di fatto fine al modello economico che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni.

Ma quello di cui poco si parla è la progressiva contrapposizione tra due blocchi geografici nell’intento di contendersi la supremazia mondiale, con l’Europa che sembra quasi essere rassegnata a rimanere spettatrice dell’evoluzione del quadro di riferimento globale.
La contrapposizione tra Stati Uniti e Cina, a differenza di quella tra blocco occidentale e orientale nell’epoca della guerra fredda, non trova nella supremazia militare il terreno di contesa, ma invece in quello della ricerca.
Vincerà chi otterrà il dominio su digitale e tecnologia.
Le tecnologie di frontiera rappresentano il campo principale di battaglia, come ben evidenziato in uno studio condotto da Ambrosetti, sembra confermare questa polarizzazione, mostrando come i principali brevetti su quantum computing, sostenibilità e intelligenza artificiale sono ad appannaggio quasi esclusivo di Cina e Stati Uniti. Questo sia in ambito accademico, quindi afferente alla ricerca di base, sia in ambito privato e quindi connesso alla ricerca applicata. Praticamente assente l’Europa, le politiche sulla Ricerca & Sviluppo alla base di tutto.
Da sempre tallone d’Achille del nostro paese, quello della Ricerca e Sviluppo è un tasto dolente anche per l’Europa, che ha visto ridurre negli ultimi quindici anni di 5 punti percentuali il suo contributo alla spesa mondiale, tutto a vantaggio di Usa e Cina.
Nelle politiche a supporto della ricerca di base, larga parte dei problemi, ma anche la mancanza di ecosistemi dell’innovazione capaci di favorire meccanismi di trasferimento della tecnologia.

Una debolezza strutturale, quella dell’Europa, che si è manifestata brutalmente nella “battaglia” dei vaccini che ha rappresentato il più grande sforzo collettivo della ricerca mai avvenuto nella storia dell’umanità.
Non è infatti casuale che ad oggi non esista nessun vaccino di produzione o brevettazione europea e che i paesi dell’Unione siano costretti a dipendere da Stati Uniti e dalla neo fuoriuscito Regno Unito per le dosi. E poco conta se Biontech sia una start-up tedesca e che i vettori per introdurre le proteine virali di Astrazeneca siano prodotti in Italia, la tecnologia di questi vaccini è di fatto extra UE. Un fallimento che fa riflettere e che deve vedere nel Next Generation UE lo strumento con cui invertire questa tendenza.
E’ proprio in ambito come quello della ricerca medica che è oggi indispensabile avere il dominio sulle tecnologie del calcolo computazionale e dell’intelligenza artificiale, con sperimentazioni sempre meno svolte all’interno dei laboratori e sempre più nei modelli di simulazione e che vanno strutturati centri europei di ricerca specializzati nella scienza della vita.
Un quadro, quello dei vaccini, già noto a settembre quando, prossimi alla fase III, erano quattro vaccini cinesi, quattro americani, uno inglese e uno russo. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti, ma non già le cause. Si critica l’Europa per non aver saputo negoziare in maniera efficace con le case farmaceutiche, piuttosto che per la lentezza nei processi autorizzativi dell’Ema, ma non per aver perso la madre di tutte le battaglie, quella della ricerca.

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