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Umbria regione a rischio? No, il solito equivoco dell’Rt. E invece sui vaccini va in scena un dibattito surreale

26 Dicembre 2020

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Lotta al Covid, qui il trend è chiaro ma non per i fanatici del quoziente assurdo (sui piccoli numeri). E entro fine anno via anche all’ospedale da campo. Intanto, ecco l’assurdo: si fanno spot sulla necessità di vaccinarsi ma il vaccino non è disponibile

di Marco Brunacci

PERUGIA – Lotta al Covid in Umbria, tre fronti, molto diversi tra loro.

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Nel primo il successo è a portata di mano. L’ospedale da campo della Regione, finanziato da Bankitalia, è già terminato accanto a quello militare, di fianco all’ospedale Silvestrini, a Perugia. Serve ancora qualche giorno per i collaudi, si dovrà probabilmente ritoccare qualcosa visto che non tutte le forniture sono esattamente conformi con il protocollo previsto (ma l’azienda che lo ha realizzato si è impegnata a sostituire tutto quello che è necessario). Entro la fine dell’anno si partirà con le 12 terapie intensive nuove (la linea dell’ossigeno è stata collegata con quella del Silvestrini, con importanti vantaggi), e le sub intensive e i posti letto di ricovero in aggiunta a quelli che già sono stati potenziati negli ospedali umbri.

L’OSPEDALE “IDEOLOGICO”

Non ci fossero stati gli ostacoli iniziali “ideologici”, l’ospedale sarebbe già pronto. Lo raccontano come un modello di ospedale mobile per il futuro, del quale i finanziatori di Bankitalia sono molto soddisfatti. Aiuterà a reggere altri, non prevedibili assalti del virus, che in verità ci si augura non avvengano. Ma la struttura è quella che serve, nella nuova sanità, pronta a modificare i suoi assetti.
La presidente Tesei naturalmente non nasconde che anche qui vale il discorso della carenza di personale, ma la questione vale per tutto quello che si sta approntando nella lotta al virus.

L’RT DEGLI ASPIRANTI STREGONI

Ora il secondo fronte: i numeri dell’Umbria sono in trend positivo ormai da settimane, con risultato molto interessanti: vanno meglio le terapie intensive (sono meno di 35 attualmente quelle occupate) e i ricoverati in generale (passati dagli oltre 500 del mese scorso ai non molti di più di 300 di adesso). Il trend è evidente. Ma a dare il senso della svolta è soprattutto il numero degli attualmente positivi, in continuo, costante calo, come è in continuo e costante aumento il numero dei guariti. Ci si avvicina a grandi falcate ai 3mila (oggi in verità leggerissimo aumento di 3 unità) attualmente positivi, che sono un numero non indifferente per l’Umbria ma lontanissimi dai 12-13 del picco. Oggi, come in tutti i festivi, il numeri dei tamponi precipita, ma il dato esatto (51 positivi su 782 tamponi) fa rilevare un’incidenza del 6,5%, leggermente superiore al 4-5% dei giorni feriali, ma molto al di sotto dell’8-10 delle ultime domeniche. I morti sono ancora 6 e superano i 600, ma questa tragica contabilità – ormai è evidente – ha una dinamica diversa da quella della diffusione del contagio. E qualora ci fosse un piccolo rialzo post natalizio, qualcuno dovrà riflettere sulla potenzialità della scuola (anche solo delle seconde e terze classi delle medie inferiori) di portare nelle case degli umbri e degli italiani virus letali per gli anziani.
Comunque ora è tutto chiaro: l’Umbria, che è riuscita a segnalarsi come regione benchmark nel corso della prima ondata, ha pagato un prezzo alto alla seconda, ma la reazione c’è stata ed è stata forte (magari dopo 8-10 giorni di difficoltà dovute alla non attesa velocità di diffusione del virus).

CHIARO? NON PER TUTTI

È tutto chiaro se si leggono con attenzione i numeri, ma c’è il solito fattore Rt, che continua ad essere per l’Umbria, e per i numeri piccoli in generale, un quoziente senza alcun senso logico, come già più volte sottolineato in passato da Cityjournal.
Quando a livello nazionale vengono indicate 5 regioni ad alto rischio e ci si infila l’Umbria, lo si deve al modo in cui viene fatto funzionare l’Rt e ai suoi evidenti limiti. In verità stavolta i più accorti lettori di numeri dell’Iss hanno solo segnalato il Veneto come grande malato, che non riesce a porre argini alla diffusione del virus.
La cosiddetta seconda ondata invece una vittima l’ha fatta sicuramente: la figura del governatore-protagonista è finita a pezzi prima in Campania (con De Luca) e ora con Zaia in Veneto. Il motivo? Bisogna parlare di meno e porre argini più solidi al virus, tenendo presente però che tanto poco si sa di questo Covid così atipico e che gioca (tragicamente) a togliere punti di riferimento logici a chi, concretamente, giorno dopo giorno, con iniziative mirate, lo combatte.

VACCINO AL TEATRO DELL’ASSURDO

Ultimo fronte: le Regioni sono continuamente chiamate in causa (l’Umbria tra le altre) per il piano vaccini. Domani si comincia anche qui. All’ospedale di Spoleto e alla Rsa Santa Margherita di Perugia. Nel Vaccino day che è una sorta di vetrinetta, un mezzo show, per non restare troppo indietro rispetto a chi si è mosso in anticipo (e nel mentre già si respira aria di polemica e scaricabarile per i ritardi).
Ma il dibattito è davvero lunare, come si dovrà dire e scrivere quando finalmente si potrà raccontare la storia vera della diffusione e del contrasto al Covid19.
L’enfasi viene posta sulla necessità di vaccinarsi, mentre il nodo centrale è che il vaccino non c’è. Non c’è e non ci sarà per molto tempo, per tantissime persone, almeno se i numeri sono quelli annunciati in pompa magna dai responsabili del piano vaccini (mai incalzati da domande). In sintesi: se è vero che in Italia gireremo a un milione e mezzo di dosi al mese (servono due dosi per ognuno), quanto tempo ci vorrà per vaccinare 14 milioni e 800 mila over 65enni e qualche milione di operatori sanitari? E in quanto tempo si arriverebbe vicino ai 60 milioni di italiani, contandoli tutti?

QUALCUNO RIFLETTE SUI NUMERI?

Numeri alla mano, se non cambia radicalmente qualcosa, al 2023 siamo ancora qui a fare lockdown e questo piace evidentemente tanto a chi governa, ma lede ogni elementare principio, neanche di diritto costituzionale, ma di diritto naturale.
Di fronte a questa situazione di cosa si discute: di convincere la gente a vaccinarsi. Lo diciamo meglio: il vaccino non c’è, non è dato in arrivo imminente, non ci sono le strutture nè le preoccupazioni nè le ansie per arrivare velocemente a una vaccinazione di massa, ma si cerca di convincere la gente a farsi vaccinare. Non è forse una situazione surreale.
City journal aveva segnalato da subito che l’Europa e l’Italia, con tutta la Ue, erano terribilmente in ritardo sulla vaccinazione, già a fine novembre. Oggi c’è stato un modesto sussulto, ecco però che ora siamo peggio di prima. Tutti a discutere di una assurda variante inglese (immunologi di fama segnalano che ci sono decine di variazioni in atto del virus ma che non hanno impatti rilevanti sulla situazione generale), mentre l’antidoto al veleno (perchè questo è il vaccino) arriverà con calma, senza fretta.

GLI ANTICORPI MONOCLONALI? CON CALMA

In questo clima da teatro dell’assurdo (ma anche il genio di Ionesco non sarebbe stato capace di immaginare una cosa così), dove le persone “responsabili” sarebbero quelle che non si fanno domande e si bevono tutto quello che gli viene propinato – un gran bel modo di essere responsabili, no? -, si discute distrattamente anche di anticorpi monoclonali che avrebbero – il condizionale solo perchè non si hanno notizie ufficiali – già salvato molte persone date per vicine alla fine. Questi farmaci lentamente vengono presi in considerazione. In Usa però sono sul mercato da qualche giorno, in Gran Bretagna da ieri si studiano, a Siena li hanno, ma devono attendere non si sa bene quale fase autorizzatoria.
Chissà se un giorno si potrà fare luce sui misteri di questo Covid, che ha stravolto la vita del mondo intero.

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