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The Social Dilemma e quell’algoritmo che crea dipendenza

18 Novembre 2020

VISTI DA VITTORIA di VITTORIA EPICOCO | Il documentario – a tratti grossolano – che fa venire voglia di uscire dai social. Ma non lo farà nessuno

di Vittoria Epicoco

PERUGIA – The Social Dilemma è l’ultimo esperimento di Jeff Orlowski, fuori ormai da un paio di mesi sulla piattaforma streaming Netflix, docu-film denuncia sulle modalità con cui i social media riflettono le proprie potenzialità (anche e soprattutto distruttive e dissocianti) su chiunque ne faccia uso.

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E non abbiamo paura di asserire che quest’ultima frase faccia, per assonanza, pensare alle droghe. Come meglio definire i social media, se non in questo modo? D’altra parte il documentario stesso è costruito su due livelli narrativi: uno nel quale il regista dialoga con alcuni esperti tecnologici e informatici (nomi abbastanza illustri tra cui il pioniere del “like” su Facebook, l’inventore di Pinterest, e via dicendo) che molto esplicitamente – ma non senza imbarazzo a nostro avviso – tentano di condurre la battaglia contro l’errato e dannoso utilizzo dei social network; un altro livello nel quale, proprio a partire da quest’ultima considerazione, il regista approccia una narrazione filmica di una tipica famiglia americana e di come in questa l’(ab)uso della tecnologia possa infierire – non senza cattive conseguenze – anche e soprattutto sulle nuove generazioni.

Tralasciando l’aspetto fotografia e montaggio – di per sé molto grossolano, ricco di frammenti di interviste, titoli sensazionalistici dei tg americani – The social dilemma è interessante e al contempo inquietante per mettere in luce alcune verità delle quali però, in fin dei conti, eravamo già a conoscenza. Algoritmo è senza dubbio il sostantivo cardine di tutto il docu-film, grazie al quale Orlowski può parlarci di Ben (Skyler Gisondo), personaggio che vive proprio quella dipendenza alla quale si era cercato di alludere sopra; ed è sulla base di questa dipendenza che gli esperti intervistati ricamano tutta una spiegazione sul fantomatico avatar (anche se bambola voodoo fa più effetto) che le intelligenze artificiali e, appunto, gli algoritmi, via via nel tempo, sono in grado di creare su misura per ogni utente sottoponendolo a continui stimoli ai quali non può sottrarsi.

Questo è reso possibile dal fatto che tutto viene costantemente tracciato (numero di click su un post, ricerche su Google, tempo di visualizzazione di alcuni precisi contenuti) per poter delineare gli interessi dell’utente ed, eventualmente, dirottare l’attenzione dello stesso verso altro specifico materiale.
Questo modus operandi si incorpora inevitabilmente con gli interessi del capitalismo, riuscendo a compenetrare e plasmare la personale opinione dell’individuo che, in un attimo, vede cambiare il proprio pensiero senza nemmeno chiedersi il perché.

Ma perché ne eravamo già a conoscenza? Perché tutti siamo stati battezzati al fatidico oggetto ricercato su Amazon e, come per magia, ricomparso qualche istante dopo sulla home page di Facebook o tra le Instagram stories; eppure poco importa. E allora non sarà certo il 5g un problema, non sarà un microchip iniettato tramite il vaccino anti-Covid – attenendoci alle più improbabili teorie del complotto – ad infondere la paura di essere controllati; perché controllati lo si è già. Siamo tutti dipendenti, chi più chi meno, e l’esempio fatto sulla slot machine è proprio spaventoso per quanto vero: un continuo aggiornare la home page nella speranza di trovare qualcosa ogni volta più avvincente, che riesca a soddisfare il bisogno di quell’istante.

E sì, questo docu-film alla fin fine invoglia ad eliminarsi da qualsiasi forma di social media, eppure siamo certi che in pochi, pochissimi lo farebbero. E non stupisce.

#vistidavittoria #vittoriaepicoco #thesocialdilemma

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