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Segreteria Pd, sfida sul regolamento-trappola. Lega, Caparvi (con Saltamartini e Marchetti) si tiene il partito

4 Ottobre 2020

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | La stagione calda dei partiti: De Rebotti e Presciutti calano le carte contro Bori e tutto torna in gioco. Tra i salviniani una maggioranza dell’80%. FdI, fibrillazione con la Regione. E Tesei pensa sempre più a distinguersi

di Marco Brunacci

PERUGIA – Chi dice che la politica è noiosa? E i partiti un ferro vecchio, un residuo del passato? Qui è tutto uno scoppiettio. Un’occhiata al Pd: si sfidano 4 candidati per la segreteria regionale (Bori, De Rebotti, Presciutti, Torrini) su un regolamento congressuale che sembra un tappeto rosso steso per la marcia trionfale del re delle preferenze, per il principe del nuovo partito tutto indignazione&opposizione, giovane capogruppo in Regione dal grande futuro, Tommaso Bori.

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E che succede? Che alla prima curva Bori si trova l’olio sull’asfalto, sbanda proprio sul regolamento. Per ora fa finta di niente, ma il rischio è che diventi un segretario regionale sub judice, con ricorsi pendenti sulla testa.

PD, REGOLAMENTO. FORMA E SOSTANZA

Motivo: sia De Rebotti, ex leader dell’Anci e attuale sindaco di Narni, Pd di governo, appassionato ma concreto, idealista mediatore, che Presciutti, sindaco di Gualdo, moderato di estrazione ma quando parte diventa un caterpillar, chiedono che venga rispettato tutto il regolamento congressuale, anche quel punto che parla di Assemblea nazionale e dei tempi per dimettersi. Non solo un cavillo. E comunque un cavillone.
Ma c’è anche un’altra stranezza da sottoporre a verifica nella candidatura Bori: il numero delle firme raccolto è elevatissimo, molto al di sopra del minimo che serviva. Sarà stato il desiderio di mostrare una potenza di fuoco esagerata? O – sospettano nelle fila dei concorrenti – un modo per togliere firme disponibili dal mercato dei potenziali segretari. Come dire: non un atto di rispetto per la democrazia interna.
Nel Pd restano troppi veleni per poter ripartire? De Rebotti dice di no, ma certo sottolinea che i programmi di ripartenza suo e quello di Bori sono molto, ma molto diversi. Però chiede solo di potersi confrontare alla pari, senza nessuno che scatti prima dello start.
Chi vincerà la battaglia del regolamento? Due sono le cose certe: le obiezioni degli anti-Bori sono fondate e se la segreteria nazionale volesse seguire una strada da dpcm ci saranno comunque conseguenze.
Eccoci ora alla Lega: si è ormai conclusa, in relativo silenzio, la campagna dei tesseramenti. Se uno ancora sa leggere i segnali di fumo, conclude che l’asse (da nord a sud) Marchetti-Caparvi-Saltamartini ha fatto il pieno. L’alleanza per Caparvi segretario regionale da confermare si accingerebbe a raccogliere non meno dell’80%, dice gente che se ne intende. Ma potrebbe sbagliare di qualche punto e comunque la sostanza non muta.

LE SOMIGLIANZE TRA LEGA E PD

Lega e Pd si somigliano molto di più di quanto non dicano come forma partito: sono radicati nel territorio, fanno lo stesso tipo di lavoro politico per ottenere consenso, hanno una presenza popolare vasta. Gli scontri nel Pd sono molto più scenografici, di livello agonistico superiore, merito di una consuetudine che ha radici nel tempo. Ma anche la Lega non scherza.
Il risultato però di queste consultazioni degli iscritti garantisce alla Lega un futuro formalmente di stabilità, ma averci in posizione critica figure di primo piano come Briziarelli o Melasecche è predisporsi a qualche bel massaggio sul letto di Procuste.
Il Pd invece resta al bivio: ripartire dal partito di governo, alla De Rebotti o alla Presciutti, oppure da quello della scoppiettante opposizione? Per fermare il centrodestra che ha dilagato tra colline e campagne umbre non c’è altro da fare che far saltare i ponti e le casematte del nemico. Quindi non c’è alternativa alla ricetta indignazione&opposizione. Lo sostengono molti nel partito, soprattutto tra i più vicini alla tradizione dei Ds-Pds-Pci. Ma tra quelle stesse persone c’è anche chi ricorda che un’opposizione gridata e aggressiva, guidata da Bori al comune di Perugia, ha avuto l’effetto di preparare un successo elettorale al sindaco di Forza Italia, Romizi, senza pari, di proporzioni alla Zaia.

PIÙ FRATELLI E MENO COLTELLI

Quanto sta succedendo nei due principali partiti, non deve far dimenticare che in Umbria, come nel resto del Paese, è in corso la grande avanzata dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Qualcuno la spiega con un fatto tecnico: si stanno riprendendo i voti in libera uscita dei 5 stelle. Non è solo questo: FdI si basa sullo stesso lavoro politico e il medesimo radicamento degli altri due grandi partiti. In più è in grado di avvantaggiarsi in quel voto di opinione che così rapidamente si aggrega intorno a un leader o a un progetto e però altrettanto in fretta è in grado di evaporare (da Renzi a Di Maio a Salvini stesso).
Pensate forse però che, visto il momento di grande crescita, FdI sia una tetragona falange romana, tutti uniti dietro un capo (la Meloni)? Sbagliato, anche se i successi smussano le divisioni. Zaffini è il leader regionale e sa come farsi rispettare. Prisco al momento gli è più vicino di qualche tempo fa, anche se i suoi riferimenti sulla roccaforte Perugia, con i quali ha costruito un ampio consenso, non sono gli stessi.
Insieme stanno dando del filo da torcere al governo di centrodestra della Regione. La Tesei, in qualche giorno buio, vorrebbe averli più che come Fratelli – d’Italia e suoi – come cugini di terzo grado. E non solo perchè sono sempre lì a puntargli il posto dell’assessore Digital man Fioroni.
Assai più defilato invece è il presidente del consiglio Marco Squarta, che è il primatista di preferenze del partito, e non mette in pericolo il suo tesoro di rapporti e di voti per qualche rivendicazione. Molto istituzionale. Penserà a fare il sindaco a Perugia dopo Romizi? Forse, ma è comunque una garanzia per la maggioranza in Regione, come la consigliera Pace, tradizione ternana di Alleanza nazionale.

I RIFLESSI SULLA SERENITÀ DELLA REGIONE

La nuova stagione dei partiti è destinata a portare fibrillazione nell’assetto della Regione. L’opposizione è importante ma, ovvio, non determina equilibri. Ma se il Pd scegliesse di proporsi più come alternativa di governo che come opposizione chiassosa, qualche riflesso nella linea dell’amministrazione ci sarebbe.
Ma è la Lega che deve dare un segnale. La maggioranza – quasi tutta verde – in Assemblea legislativa finora ha avuto il peso specifico di un gas volatile. Impercettibile. Il gruppo leghista pagherà lo scotto dei debuttanti? Magari sì. Hanno cambiato scuola, dai Comuni alla Regione, che è un altro film. Ma qualcuno suoni la campanella, dica di fare i compiti a casa, di impegnarsi nelle interrogazioni, perché così finiscono tutti bocciati.
Ma è il ruolo del partito che sarà determinante. La domanda da rivolgere ai cortesi lettori è questa: se foste Tesei, vi metteresti nelle mani del partito come sta prendendo forma in Umbria? La risposta è libera, la considerazione d’obbligo: i tempi si fanno adesso difficili, molto difficili, è ragionevole pensare che Tesei dovrà avere sempre più un profilo suo, non di esponente di partito (per altro non è iscritta), nella qualità di Governatrice dell’Umbria ma anche in quanto a linea politica riconoscibile. Per evitare le trappole degli avversari (e non).

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