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Cessione dell’Ast di Terni al centro dell’Europa, il dossier acciaio diventa decisivo non solo per il sistema Paese ma anche per il futuro dell’area euro

7 Giugno 2020

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Tra mercoledì e giovedì summit tra esponenti del Governo italiano e di quello tedesco, con manager del settore e delle istituzioni finanziarie. La posta in palio: la possibilità di una siderurgia europea che non parla cinese

di Marco Brunacci

PERUGIA – “Acciaio Italia”, e quindi anche con il caso dell’acquisto delle acciaierie di Terni, diventa un test per il sistema Paese. Ma addirittura, ecco la novità, per il sistema Europa. In che senso? L’acciaio «che non parla cinese», che ha per riferimento industriale Arcelor Mittal, ma come prospettiva una joint venture pubblico-privato che coinvolge il Governo al livello della presidenza del Consiglio, dovrebbe nei prossimi giorni diventare tema di discussione tra l’Italia e la Germania, con tutta l’Europa che attende una risposta alle tante delicate questioni finora aperte.

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Allora, la notizia è questa: tra mercoledì e giovedì, nell’ambito dei confini nazionali italiani, ma magari non all’interno della sovranità nazionale, esponenti del Governo italiano e del Governo tedesco, dovrebbero avere un nuovo incontro con manager dell’acciaio ma anche di importanti istituzioni finanziarie sia pubbliche che private.
Che succede? La verità è che si sa poco o niente. Però, da quel che si può capire dalle infinitesimali informazioni che riescono a superare la barriera del riserbo, si capisce che la posta in palio è niente meno che questa: si tratta di decidere se esisterà un acciaio europeo da qui ai prossimi venti anni o si cederà alla tentazione cinese, in un settore strategico, decisivo come pochi, globalizzazione o no, come quello della siderurgia, che prevede grandi investimenti, in questo momento non sostenibili solo dai privati.
Se venisse confermato questo scenario è chiaro che il “nodo Taranto”, la prima acciaieria che prevede una intesa “di sistema” con Arcelor Mittal, è solo un passaggio nella definizione di una prospettiva globale. I 3mila e passa esuberi chiesti da Arcelor Mittali possono essere discussi e riconsiderati, come ovvio in ogni trattativa, ma dovranno essere visti in un’ottica complessiva. La posta in palio è riuscire a mantenere una produzione dell’acciaio made in Italy, pure con un grande player internazionale, ma ancora di più, made in Europe, con tutto quello che una decisione di questo genere implica.

Se sono vere le indiscrezioni, e non frutto di illusori giochi di specchi, la battaglia per l’acquisto delle acciaierie di Terni (qui scriviamo in una ottica umbra) è solo un tassello nel quadro di una strategia europea, che dovrebbe concludersi con il consolidamento, nel mercato già di oggi ma con vista sul futuro, di un acciaio europeo alternativo e competitivo con quello cinese.
E se questo è lo scenario, va da sè, chiaramente diventa del tutto secondario il tentativo del gruppo Marcegaglia di tornare ad avere un ruolo nella cessione dell’Ast di Terni, con colloqui a livello locale, e senza indicare un partner finanziario all’altezza della sfida.
Secondo osservatori attenti, bisognerà pazientare almeno per tutto giugno, prima di avere un quadro complessivo della situazione. I nodi da sciogliere sono tanti, gli impegni da prendere altrettanti, il dossier complesso, le ricadute di sistema notevoli. Tutti hanno fretta di trovare una strada per superare l’empasse. Ma non sembra facile. E comunque prevede concessioni (e visioni all’altezza) da parte di tutti protagonisti.
Serve ancora tempo perché si chiarisca l’orizzonte dell’acciaio italiano e di quello europeo, del progetto “Acciaio Italia”, e del futuro delle acciaierie di Terni. Ben sapendo che qui si gioca una fetta non irrilevante del futuro del Paese.

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