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Coronavirus, Crisanti: «Tamponi concentrici per uscire dal tunnel». Anche l’Umbria accelera con i quick test

25 Marzo 2020

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | La “via veneta” controcorrente suggerita dall’ex accademico dell’Università di Perugia. «L’epidemia si ferma sul territorio, non negli ospedali», dice a Cityjournal. La Regione pronta a intensificare i tamponi (ma è già quella, Nord escluso, che ne ha fatti di più)

di Marco Brunacci

PERUGIA – «Un consiglio da dare all’Umbria nella lotta al coronavirus? Io posso dire quello che stiamo facendo noi, che mi sembra la strada giusta. Nessuno screening a tappeto, come lascia intendere qualcuno che vuole svilire il lavoro che facciamo in Veneto e che tutti sarebbe bene facessero. Piuttosto sorveglianza attiva. La sfida di questo momento è trovare, attraverso i tamponi, magari tanti tamponi ma mirati, gli asintomatici, nel mentre continuiamo a curare nel modo migliore tutti coloro che hanno sintomi. Sorveglianza attiva vuol dire che se una persona chiama e dice io sto male, non la lasciamo sola a casa, andiamo con l’unità mobile a fare il prelievo alla persona. Se risulta positivo faremo il tampone ai familiari, agli amici, al vicinato, perché è là intorno che c’è il portatore sano, è là intorno che ci sono altri infetti. Così si spezza la catena».

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Andrea Crisanti oggi è direttore del dipartimento di medicina molecolare, oltre ad essere professore di virologia e epidemiologia, dell’Università di Padova. Ma in un recentissimo passato è stato all’Università di Perugia, dove il rettore Bistoni aveva pensato per lui un avveniristico dipartimento di Genomica. Crisanti è caduto sotto i colpi di un procedimento dal quale è uscito poi dimostrando di avere ogni ragione. Ma nell’era del rettore Moriconi lui non ha trovato più spazio a Perugia. In una intervista televisiva a Tefchannel, qualche mese fa, raccontava un po’ della sua amarezza: «Non mi piace parlare di me, ma è l’Università che deve saper fare le sue scelte – disse – perché hanno ricadute sull’Università stessa, ma anche sulla società e sul territorio».

Oggi ha contribuito, come consulente del governatore Zaia, a dare vita a una via veneta all’uscita dal tunnel del coronavirus. Niente di miracoloso, ovviamente, ma un lucido disegno di uno studioso di epidemiologia, spigoloso ma anche coerente e mai superficiale, preparato come pochi e altrettanto testardo e determinato. «Magari non sono bravo a fare mediazioni e compromessi al ribasso», diceva in quella intervista. «Sono convinto – dice a Cityjournal – che i tamponi, non al primo che capita, ma a raggi concentrici., funzionano. Come ho detto: la famiglia, gli amici, il vicinato. Ognuno un cerchio». Non si nasconde dietro un dito Crisanti, non è sua abitudine, e dice crudo, sapendo che per uno scienziato quel che conta non è mostrarsi simpatico: «Perché mi hanno ascoltato solo in Veneto? Perché temo che in Italia manchi una cultura epidemiologica per affrontare le epidemie. Le persone che hanno fatto uscire dalla malaria, dal tifo e dal colera interi Paesi purtroppo non stanno più tra noi. Altrimenti anche questa epidemia avrebbe avuto un’altra storia».

E poi indica la strada stretta e in salita per venirne fuori. Non previsioni ma percorsi. In sostanza: è il territorio il campo di battaglia, non può essere l’ospedale, che magari diventa anche un focolaio di infezione. È il territorio dove l’epidemia si affronta, il virus si contiene e si limita, permettendo di individuare i focolai di infezione, sigillarli e spegnerli. Secondo Crisanti non sono meno di 450mila i contagiati in Italia. «Basta fare una proiezione sulle vittime, non serve andare a indovinare». Da ultimo cita l’esperienza di Vo’, il paese veneto tra i primi focolai del coronavirus in Italia. Tutto mappato, monitorato, senza più un caso (anzi uno, ma parente di un contagiato).

Prenderà qualcosa del metodo Crisanti l’Umbria, che pure non lo ha più come una risorsa scientifica della sua Università? La strada comune sarà quella dei tamponi. L’Umbria ha la coscienza a posto, è stata tra le Regioni italiane quella che ne ha fatti di più (come si vede nella grafica) rispetto alla popolazione. Di gran lunga la prima tra quelle finora meno colpite dal virus, pur non avendo focolai. Ma su questa via c’è ovviamente molto cammino da fare. Da oggi si parte in Umbria per compiere un nuovo tratto. Più tamponi, rapidi, quick, per avere più indicazioni sul territorio, continuando a fare di tutto per rafforzare i presidi ospedalieri e renderli in grado di reggere l’impatto di un’onda alta, che tutti sperano di evitare, ma che non si può affatto escludere. Da oggi allora anche qui più tamponi per arrivare, si spera presto, ad avere meno urgenze in ospedale e progressivamente a spegnere la miccia dei nuovi contagi.

Chiude Crisanti: «Se le Regioni finora meno colpite, come l’Umbria, continuano ad agire con forza e senza tentennamenti con il contenimento e quindi aggiungono sorveglianza attiva adeguata possono uscire da questo dramma senza le tremende esperienze del Nord». Che è poi la speranza di tutti.

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